"L'anfibialità" della specie | Srotola il filo
Gomitolo è una newsletter che ti racconta fatti reali e di fantasia, immagini e storie che intrecciano una tela variopinta.
(Clicca qui sopra per ascoltare la poesia che accompagna questa puntata!)
Questo è il terzo numero di Gomitolo su Substack: usciamo dopo un bel po’ di settimane perché vogliamo essere libere dalle scadenze prefissate e preferiamo metabolizzare quello che è diventato un mercato della cultura e non provare l’ansia di parlare di tutto.
La felicità è un filo a cui appendere le cose.
Gomitolo è uno spazio aperto e vorremmo che fosse un luogo in cui discutere e intrecciare insieme fili, percorsi, immaginari. Se hai delle storie o delle realtà da raccontarci o semplicemente dei suggerimenti per migliorare questo piccolo progetto, scrivici: noi saremo felicissime di ascoltarti.
La Cecilia: in dialogo con Michela Panichi
Michela Panichi ha scritto e pubblicato La Cecilia (Nottetempo, 2025) e ha dialogato con Beatrice in una bellissima intervista, rilasciata in esclusiva a chi legge la nostra Gomitolo!
Come è nata l’idea di La Cecilia? Ci racconti com’è stato il tuo percorso di scrittura e come sei arrivata alla pubblicazione?
La Cecilia è nata come racconto: si intitolava Il violino di Ingres (come l’opera di Man Ray), la protagonista si chiamava Francesca e la storia si sviluppava in venti pagine scarse. Il “nucleo caldo” era però lo stesso del romanzo: la bugia di fingersi un maschio. La scena della menzogna di Cecilia è una delle poche ad essere rimasta invariata negli anni. Tutto è cambiato quando ho modificato il nome della protagonista. Ricordavo confusamente l’esistenza di un animale anfibio, a forma di verme, che si chiamava cecilia. L’anfibialità della specie mi poteva essere utile e così, nel corso dell’estate del 2021, Francesca è diventata Cecilia e il tema degli animali è entrato prepotentemente nel romanzo.
Per quanto riguarda la pubblicazione, sono stata su una montagna russa per cinque anni, tra momenti di ilarità e delusioni improvvise. La scrittura mi ha impiegato un paio di anni, dopo i quali ho cercato agenti ed editori in maniera abbastanza fallimentare. Ci sono stati vari rifiuti, ma ho usato le schede di lettura ricevute per rimettere mano al romanzo. Il Premio Calvino era la mia ultima spiaggia. Se non fossi arrivata in finale, forse avrei lasciato perdere. Fortunatamente La Cecilia si è piazzata tra i romanzi finalisti, è girata nuovamente tra gli editori e Nottetempo ha dimostrato rapidamente il suo interesse. Non dico che la pubblicazione sia un traguardo faticoso per tutti, ma credo che gran parte degli esordi dipendano soprattutto dalla testardaggine degli autori, che non hanno smesso di credere nei loro testi.
Nel romanzo il corpo ha un ruolo centrale: cambia, confonde, ma parla anche, raccontando cose che a volte le parole non riescono a dire. Come hai costruito questa dimensione ibrida del corpo di Cecilia? Quanto è stato importante per te usare il corpo come linguaggio per parlare di identità e desiderio?
Credo che l’importanza del corpo nella Cecilia dipenda molto dal tema del diventare grandi. Quando ho iniziato a scriverlo, sapevo che era un romanzo di deformazione, ovvero quei romanzi in cui il protagonista proprio non vuole crescere. Nella mia protagonista la pubertà si manifesta dapprima a livello corporeo: odori, puzze, sensazioni tattili sono i primi indizi che qualcosa sta cambiando, anticipano l’arrivo del ciclo e il corpo inizia a modificarsi. Come narratrice, mi piace usare un linguaggio che racconta i sensi. Era una mia caratteristica già prima del romanzo – in “Meduse” si intravede – ma Cecilia ha proprio tirato fuori al massimo la sensualità della mia scrittura. Volevo raccontare un’età in cui non ci sono certezze: Cecilia non si riconosce più in nulla, non è bambina, non è adulta e quel corpo, che dovrebbe conoscere a menadito perché ci è nata dentro, non la rappresenta più. Perché è mutevole. Cambia a seconda di chi lo guarda, se lei stessa o gli altri. Ciò che volevo sottolineare era questa discrepanza. Per farlo, la bugia sul proprio sesso era il modo migliore. L’altro ingrediente era creare una storia d’amore altalenante, ma che insegnasse a Cecilia un’altra versione di femminilità – spudorata, senza imbarazzi, che usa il corpo invece di considerarlo una gabbia. Per questo il personaggio di Alba.
L’estate e l’isola, in La Cecilia, sembrano far emergere tutto: emozioni, conflitti, illusioni. Quanto sono stati importanti il tempo sospeso di agosto e il paesaggio di Ischia per raccontare il percorso interiore di Cecilia? Pensi che il suo sguardo sul mondo sarebbe stato diverso in un altro luogo o in un altro momento?
La Cecilia non poteva essere scritta con un’ambientazione diversa. Affermazione molto furba, che nasconde in sé parecchia verità. Era fondamentale che le due spiagge in cui Cecilia si muove – il lido di Sant’Angelo e i Maronti – le sembrassero lontane ma fossero in realtà abbastanza vicine. A piedi, dai Maronti a Sant’Angelo ci si mette un’ora, in barca un quarto d’ora. Soltanto in questo modo la bugia di Cecilia sarebbe stata costantemente a rischio. Il borgo di Sant’Angelo era perfetto per accompagnare la crescita di Cecilia e descrivere la “libertà vigilata” dei luoghi in cui non ci sono veri pericoli. È tutto visibile a colpo d’occhio, lì. Per quanto riguarda il tempo, volevo raccontare l’estate per eccellenza – le prime volte, i pomeriggi afosi, il Ferragosto. Durante l’estate si creano legami strettissimi, ma effimeri, destinati a durare al massimo un paio di mesi. Il 1999 (anno in cui si svolge la storia) è stato scelto per questioni logistiche: non potevano esserci i telefoni né i social, perché altrimenti Cecilia sarebbe stata rintracciabile, e soprattutto non dovevano esistere prodotti audiovisivi su personaggi queer. Era fondamentale che Cecilia non avesse davanti a sé modelli, che si sentisse sbagliata e trovasse conforto soltanto nei mille modi di esistere degli animali. Se fosse stato ambientato ora, il viaggio di Cecilia sarebbe stato completamente diverso.
Lo stile del romanzo è molto intenso, a tratti struggente, e riesce a restituire con delicatezza il caos dell’adolescenza e dei rapporti familiari. Come hai trovato quel tono? È stata Cecilia a suggerirti la voce giusta, o il linguaggio è arrivato prima di lei?
Quando mi chiedo quali siano le caratteristiche dello sguardo di Cecilia, mi ripeto sempre due aggettivi – poetica e arrabbiata. La sua voce è nata insieme a lei come personaggio, mi è venuta molto naturale. La poesia ha a che fare con il modo in cui Cecilia vede e valuta le cose: paragona le case di Sant’Angelo alle vongole perché le finestre sono sempre aperte, l’umore di sua madre dipende da cosa cucina (se cibo crudo o cotto). Tutti gli oggetti, per Cecilia, hanno al proprio interno l’evidenza delle persone che li usano. In questo Cecilia non è tanto diversa da me, perché da qualche parte quei pensieri dovevano pur venire, ma è molto più sicura di ciò che dice. Le sue considerazioni sono definitive e nette, esiste il bianco ed esiste il nero, niente gradazioni intermedie. La rabbia invece è il sentimento che muove sia i suoi pensieri che le sue azioni. La sua non poteva che essere una voce narrante intensa, che vive gli eventi in maniera profonda e anche un po’ melodrammatica – come la maggior parte degli adolescenti.
Infine, ti andrebbe di raccontarci quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali autori o autrici ti ispirano e chi guardi con ammirazione? E hai già in mente nuovi progetti di scrittura per il futuro?
Dentro La Cecilia ci sono parecchie citazioni scoperte ed è divertente che pian piano i miei lettori le stanno individuando tutte. Sono molto fiera dell’intertestualità presente nel mio romanzo: è un tributo a ciò che ho amato.
I miei riferimenti sono perlopiù italiani. Nel romanzo c’è la leggerezza di Calvino, la sensualità di Elsa Morante, le descrizioni intense di Anna Banti, la disillusione di Moravia. Ma la mia formazione non è tutta nazionale. Di mezzo ci sono gli Stati Uniti e il Canada. Alice Munro in primis, per le triangolazioni psicologiche dei suoi racconti, Flannery O’Connor, Joyce Carol Oates. I riferimenti romanzeschi si intrecciano con i lungometraggi e la serialità, sia come eventi che come costruzione della scena. Dal cinema ho imparato l’importanza delle azioni, più che dei pensieri.
Per quanto riguarda i progetti di scrittura, sì, ce ne sono. Ultimamente sto provando a spostarmi verso l’ambito della sceneggiatura perché adoro scrivere i dialoghi e dal Master in scrittura seriale di fiction della RAI ho mutuato l’abitudine a definire in primis la trama (soggetto, scaletta, trattamento). L’idea del secondo romanzo c’è, ma è tutto molto fumoso. Dovrei limare la storia e, beh, scriverla.
Grazie Michela e buona strada ancora a La Cecilia, e a tutto quello che di tuo verrà.
In viaggio (sul Mare del Nord)
Quando ero piccola mi chiedevo perché i miei genitori amassero sempre gli stessi posti in cui trascorrere la domenica o i giorni di festa: il solito fazzoletto di spiaggia, il solito lago, la solita festa del paese accanto al nostro. Diventando più grande, presupponevo che non ci fossero soldi per fare un viaggio un po’ più distante oppure che i miei genitori non avessero abbastanza senso dell’esplorazione o nessuna passione per la scoperta del mondo. Oggi penso semplicemente che il contesto da dove provenivano - in cui era fondamentale sopravvivere - non permetteva loro una visione diversa delle cose, anche quando il presente si era fatto più gentile, più benevolo e meno povero. Quando durante gli anni dell’università i miei amici e le mie amiche mi chiedevano dove andassi ad agosto rispondevo sempre che tornavo a casa, nelle Marche, e che mi bastava: abbiamo il mare, i borghi, la montagna, e un modo tutto nostro e bello di riposarci e vivere l’estate, dicevo convinta. Qualche parte di me si vergognava, sia per non avere abbastanza soldi per viaggiare, sia per non avere (avere sviluppato) la capacità di sognare un luogo lontano, la curiosità di osservare un paesaggio sconosciuto, la prontezza nella ricerca e prenotazione di un viaggio più o meno lungo. Come regalo di laurea, il mio gruppo di amici dell’epoca mi aveva prenotato una vacanza insieme in un villaggio in Puglia: era la prima volta che m’allontanavo da casa mia con l’idea che dovessi amministrarmi da sola sia con altre persone sia in lembi di terra che non conoscevo, con cibi e usanze che avrei dovuto captare e adattare a me.
Dentro di me, maledicevo i miei genitori. Oggi, invece, posso dire che chi ha viaggiato poco e del mondo non ha visto altro che casa propria, ti lascia addosso un’eredità che va via via scomparendo: l’attitudine ad assottigliare lo sguardo e ad occhieggiare al meglio tutto ciò che è più prossimo. Tutto intorno a noi cambia in continuazione, per fatti naturali, sociali, antropologici, sociali, politici: saper decifrare queste mutazioni, modificazioni, saper dargli un nome che rappresenta un fenomeno, o anche solo sapere che quella specifica cosa dell’ambiente intorno è cambiata o è immutata o resta abbandonata o è sfruttata, è una ricchezza, è una postura di vita, è saper viaggiare nelle cose, nel tempo, facendo strada al futuro.
Ho pensato a questo e mille altre cose ancora leggendo Una linea nel mondo. Un anno sul Mare del Nord (Iperborea, 2025), un libro-resoconto-memoria di viaggio e avventura scritto da Dorthe Nors che, partendo da Skagen, l’estremo Nord della Danimarca, arriva a Den Helder, nei Paesi Bassi: si tratta della linea di costa che la scrittrice chiama casa.
Quella che per me era una piccola casa di campagna, un puntino intercettato dai satelliti grazie alle tecnologie, circondato da colline con orti, prati, girasoli, grano, abeti, bagnato da un fiume sempre meno carico di acqua, con a un lato le montagne (i Sibillini) e dall’altro il mare (l’Adriatico), per Nors era un paesaggio di dune, pinete, il Mare del Nord e il Mare dei Wadden, con le onde giganti, con i fiordi, con la storia di naufragi e morti e pescatori e accoglienza e supporto e cura e paura e case costruite dopo le rovine e terre lasciate sole, distanti dai centri, dove tutto è vero perché qualcuno continua a dire che qualcosa lì esiste.
“Ogni identità nasce da una scissione”, scrive Nors: me ne sono andata io da quel paese di campagna come Nors ha lasciato quei suoi luoghi. Siamo andate entrambe in altri posti della terra, più o meno vicini dal punto di origine; siamo andate nelle città, ci siamo mutuate di tutto quello che ci sembrava lì, a casa, non potesse avvenire. La scissione, però, ci ricorda continuamente l’intero: quando si guarda qua non ci si scorda di come si guardava là.
Penso in continuazione: ogni identità nasce da come guardiamo, con o senza scissione, anche se la rottura la cerchiamo sempre.
Dorthe Nors ha fatto venire voglia di viaggiare pure a me, che sono cresciuta senza il senso dell’avventura e della scoperta, con la paura dell’aereo e delle cose che immagino giganti, come le onde, il ghiaccio, gli alberi delle foreste e il Mare del Nord. Chissà un giorno se camminerò per quella linea, portando il mio sguardo sulle cose che hanno generato il suo.
Clara
Fili sparsi di Clara
“I tagli e gli attacchi alla cultura aumentano la precarietà delle nostre vite, colpiscono i saperi critici e limitano l’immaginazione radicale. Dobbiamo continuare a far parlare di quello che sta succedendo nel mondo delle arti dal vivo.” Recita così parte di un post di Vogliamo tutt’altro, gruppo di artist3, lavorator3 e operator3 del mondo dello spettacolo di Roma e tutta Italia che si stanno mobilitando contro questo governo. Seguiteli!
A Gaza il genocidio non si ferma. Ciò che non dobbiamo fermare mai noi invece è il racconto delle storie di chi da decenni è oppresso e colonizzato. Per questo, consiglio di leggere Non siamo numeri (Nutrimenti, 2025). Se poi vi appassiona anche come il femminismo palestinese e le donne resistano da sempre, potete leggere anche Questa terra è donna (Astarte, 2025).
L’ultimo post di una newsletter che consiglio!
Ho disattivato Spotify (con mio grande dispiacere) per i suoi investimenti nelle armi, ho scaricato Deezer: mi trovo bene anche se costa un po’. Mi chiedo quanto anche la musica sia una questione di: consumo, sociale, classe e di scelta strategica dietro i servizi che la trasmettono: è un mondo complicato, quello in cui dobbiamo (dovremmo) prestare attenzione a tutto, mentre stanche e stanchi procediamo verso un fine luglio rovente.
Fili sparsi di Beatrice
Una figura da riscoprire: Nel 1960 Carla Cerati inizia come fotografa di scena, per poi affermarsi nel reportage e nel ritratto. Con Morire di classe (1969), realizzato con Berengo Gardin e i Basaglia, dà un contributo decisivo alla battaglia per la chiusura dei manicomi. Fotografa la Milano borghese, le lotte sociali e culturali, e ritrae intellettuali e artisti del suo tempo. Dagli anni ’70 è anche scrittrice: finalista allo Strega nel 1992, ha lasciato un segno profondo nella letteratura e nella fotografia italiane del Novecento. Da leggere: Un matrimonio perfetto, edito da Cantoni Editore.
Il New York Times ha pubblicato la lista dei 100 migliori film del XXI secolo. Mi manca guardare film con costanza, come facevo un tempo. Di recente, parlando con un’amica, mi ha ricordato alcuni titoli che aveva visto su mio consiglio. Era il periodo dell’università: un’epoca in cui ero sicuramente meno formata e meno sicura di molte cose, ma animata da una curiosità più istintiva e meno concentrata esclusivamente sulla narrativa o sull’oggetto libro. Vorrei ritrovare quello sguardo aperto, quel desiderio di scoperta senza confini. Magari ricomincio proprio dalla lista.
Consiglio una delle newsletter per me più utili e fruibili: Lavori per chi scrive di Cristiana Bedei. Aprirla ogni domenica mattina è un piacere; perché è chiara, sintetica e veloce e riesce davvero a scremare le migliori offerte di lavoro per chi scrive di mestiere (o vorrebbe farlo).
"Su TikTok, la parola womanosphere raccoglie oltre 233 milioni di post. Dietro questo termine – a metà tra marketing virale e teologia domestica – c’è un ecosistema compatto e in espansione: video, podcast, riviste e influencer che propongono un ideale femminile iper-curato e rassicurante, ma con un messaggio preciso. Il femminismo ha rovinato le donne. La vera felicità si trova altrove: nel focolare, nella gratitudine per l’uomo forte, nella rinuncia consapevole all’ambizione". Comincia così un articolo molto interessante di Lucia Antista su Marie Claire; che intercetta parte anche del mio algoritmo su Tiktok e dà una spiegazione chiara e precisa al fenomeno in crescita.
Il mistero avvolgente delle poesie
La primavera qui non è così bella,
Ma navi da sogno prendono il mare
Verso luoghi di primavere meravigliose
E la vita è gioia da amare
La primavera qui non è così bella
Ma i ragazzi si avventurano in mare
Portano bellezze nel cuore
E sogni, come anche io so fare.
Water-Front Streets, Langston Hughes
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Al prossimo Gomitolo!
Clara e Bea





Ciao!... sono da pochissimo su Substack e oggi ho pubblicato il mio primo post. Amo creare e con piacere vedo che ci sono altre persone qui che condividono la mia stessa passione... mi chiedevo se in qualche modo ci possiamo aiutare per far crescere il numero delle persone che hanno piacere di leggere ciò che scriviamo. La mia idea è quella di creare una sorta di diario delle mie giornate creative e magari dare la possibilità a tutti di creare i miei progetti.
Grazie per l'attenzione e buon lavoro!